di Adriano Minardi Ruspi
Alla festa della rivoluzione dalle librerie alle sale cinematografiche. Ce n’è voluto del tempo considerato che il libro omonimo al quale è ispirato il film è uscito nel 2002. Il saggio di Claudia Salaris, una delle maggiori storiche del futurismo, affrontava la storia di Fiume con un taglio completamente diverso dai precedenti, finalmente disancorato da una critica a «pregiudiziale ideologica», che vedeva nell’impresa fiumana e nella figura stessa di Gabriele D’Annunzio, solo l’espressione di «proto fascismo» e nulla più.

C’è voluto del tempo perché il lavoro di Claudia Salaris contribuisse a sedimentare un giudizio ed un’interpretazione critica alternativa, poi alimentata dalle ricerche successive, soprattutto ad opera e merito di Giordano Bruno Guerri, con la sua rivalutazione integrale della figura di Gabriele D’Annunzio e quindi anche, di converso, di interpretazione dell’epoca fiumana e del cosiddetto fiumanesimo.
C’è voluto del tempo prima che tutto questo diventasse spendibile anche in altri ambiti artistici ed ora, finalmente, quel tempo sembra essere arrivato con la notizia venuta dal recente festival del cinema di Roma, che Alla festa della rivoluzione è diventato un’opera cinematografica che approderà nelle sale nella primavera del 2026, ispirata, non solo nel titolo, alla narrazione di Claudia Salaris.
Senza pregiudizi o pedagogismi storici
Non si può che salutare con favore questa ennesima incursione nel mondo di D’Annunzio, sebbene con l’augurio sotteso che il tema venga trattato dal punto di vista cinematografico con lo stesso rigore scientifico, ma soprattutto con la stessa capacità di lettura al di fuori di qualunque pregiudizio o schermo di natura ideologica.
Una lettura tuttora non scontata per tutto ciò che riguarda anche molto genericamente la ricostruzione di episodi, di ambienti, di personaggi anche di fantasia che vertono intorno al fascismo o intorno a personaggi comunque coinvolti col regime. Basterebbe ricordare in tal senso la recente trasposizione cinematografica del romanzo di Antonio Scurati, con i suoi eccessi macchiettistici e distorsivi.
Gabriele D’Annunzio ritorna nelle sale cinematografiche, quindi, con il precedente rappresentato da Il cattivo Poeta, film del 2020 con la regia di Gianluca Jodice e la consueta grande interpretazione di Sergio Castellitto, in cui venivano ricostruiti gli ultimi periodo di vita del Vate a Gardone Riviera, costruito sulla tesi di una volontà di Mussolini e del fascismo nell’aver prima isolato — seppure in una prigione dorata quale era il Vittoriale — e poi addirittura di aver voluto la morte stessa di D’Annunzio, considerato temibile dal regime perché possibile punto di coagulo degli ambienti di opposizione all’alleanza con la Germania nazionalsocialista, verso cui stava scivolando la politica del regime.
Timore quindi legittimo per un’impostazione che certamente mira a sottrarre il Vate da qualunque rapporto di contaminazione diciamo così pericolosa con il fascismo, ma contemporaneamente anche ad accreditare quasi l’idea di un D’Annunzio antifascista e, magari in questo caso, di un’impresa come quella fiumana completamente immune da tutti quegli aspetti che poi sarebbero, peraltro, diventati una caratteristica del fascismo stesso.
La generazione nuova che si prendeva la storia
Merito fondamentale di D’Annunzio è di aver riportato all’azione, prima militare e poi politica, il mondo che ruotava intorno agli arditi, ai reduci ed ai combattenti appena usciti dalla Prima guerra mondiale, attraverso il tema della vittoria mutilata, in nome dello stesso nazionalismo che lo aveva portato ad essere il principale protagonista della stagione interventista e che sarà poi uno dei cavalli di battaglia del primo fascismo.
Ma anche alla capacità attrattiva esercitata nei confronti del mondo tumultuoso che si andava formando, in una feconda contaminazione tra arte e politica, intorno al movimento futurista ed alla figura di Filippo Tommaso Marinetti.
Fiume fu anche e soprattutto questo, la prima dimostrazione della volontà della generazione che veniva dalla guerra, che l’aveva voluta spingendo il paese al passo decisivo, di essere protagonista anche della storia successiva alla guerra stessa attraverso la contestazione forte, manu militari, di quanto era scaturito dalla pace ingiusta di Versailles.
Un’idea nuova della società e del mondo
Tutto questo in premessa non può che essere ricordato e certamente non oscurato anche se è altrettanto importante che venga nuovamente esplicitato il messaggio forte che venne da Fiume e che connotò come straordinaria quell’impresa.
L’idea di una rivoluzione libertaria ed estetica, di una rivoluzione del costume in cui veniva proclamato il diritto individuale alla felicità, allo sfogo ed alla realizzazione della personalità individuale a qualunque livello, dal punto di vista artistico, dal ribaltamento della morale corrente, non solo sessuale, ma anche dal punto di vista dell’emancipazione e dei diritti, individuali e collettivi.
Ci auguriamo, in quest’ottica che venga ricordato anche il contributo fondamentale all’avventura fiumana portato dal mondo del sindacalismo rivoluzionario — peraltro non estraneo anch’esso a rapporti di successiva contiguità con il fascismo — nella stesura della Carta del Carnaro che fu una delle grandi novità dell’Europa e dell’Italia uscita dalla tempesta della Prima guerra mondiale.
Perché Fiume rappresentò davvero il tutto ed il suo contrario, un groviglio di contraddizioni e miscele esplosive, libertà individuali spinte fino all’anarchia e codici militari di comportamento, arte al potere, libertinismo e promiscuità totale.
Fu il luogo dove tutto era sperimentabile, attrazione fatale per un mondo intellettuale, artistico e politico in ebollizione, germogli di ribellione esistenziale ed estetica che hanno contaminato tutto il secolo appena iniziato fino ai nostri giorni.
Il film, con la regia di Arnaldo Catinari, inserisce nel quadro caotico del mondo fiumano una sorta di spy-story dove i diversi protagonisti, italiani e stranieri, interagiscono con quel mondo sopra le righe intessendo le loro trame ed i loro interessi sottotraccia nel tentativo chi di limitare, chi di ostacolare e magari di imitare quell’esperienza che fu davvero un unicum della storia europea.
Non possiamo quindi che sottolineare con favore e con vivida attesa il nuovo irrompere di D’Annunzio nelle sale cinematografiche, sperando che quest’opera rappresenti ancora una volta il segno di un mutato canone interpretativo su quel periodo e che, soprattutto, restituisca con imparzialità l’immagine di un mondo, escludendo dalla lettura di quel periodo cruciale della storia italiana pregiudizi di natura puramente ideologica.
Francamente ce ne sono già troppi.
Adriano Minardi Ruspi