di Adriano Minardi Ruspi
Alla festa della rivoluzione è il titolo del libro che la critica d’arte Claudia Salaris ha scritto sull’avventura fiumana del primo dopoguerra.
Se Fiume è stata la festa della rivoluzione proprio perché caratterizzata da una commistione totale tra popolo, artisti, soldati, poeti guerrieri e letterati, tutti uniti dalla personalità del Vate Gabriele D’Annunzio, come possiamo definire l’avventura futurista, la più grande rivoluzione artistica del ventesimo secolo?
Una rivoluzione tutta italiana e solo occasionalmente avviata in Francia con la pubblicazione del manifesto nel 1909 su Le Figaro, ma che ebbe influenza in tutto il mondo, intrigando la riflessione delle migliori intellettualità europee,
Sono questi gli interrogativi che si pongono quando si visita la grande mostra Il tempo del futurismo che la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Gnamc) di Roma, su iniziativa del Ministero della Cultura, ha dedicato al movimento futurista.
Una rivoluzione delle arti e dei costumi
L’esposizione copre in modo sistematico tutto il periodo e tutte le tendenze manifestate dal movimento nel corso della sua esistenza, anche successivamente al periodo fascista, perché il tempo del futurismo fu un tempo di rivoluzione potremmo dire permanente, che toccò tutti gli aspetti della vita intellettuale ma anche civile del Paese.
I futuristi furono l’avanguardia di una rivoluzione artistica i cui effetti ancora oggi in qualche modo ci toccano, furono promotori di un rinnovamento totale delle arti, della letteratura e della musica, aspirando a quella che venne giustamente definita, in uno dei loro manifesti, come una vera e propria «ricostruzione futurista dell’universo».
Gli effetti più evidenti e duraturi del Futurismo si videro nella pittura e nelle arti decorative, grazie a personalità come Umberto Boccioni, Luigi Russolo e Carlo Carrà. Sebbene la rivoluzione delle arti figurative sia la più conosciuta, il Futurismo influenzò ogni ambito artistico. Filippo Tommaso Marinetti, con la sua attività provocatoria, fu una figura centrale dell’intellettualità e dell’arte europea di inizio secolo.
Il rivoluzionario di professione
Marinetti l’incendiario, vera e propria «caffeina d’Europa», rivoluzionario nella poesia con l’invenzione delle parolibere, attizzatore fecondo di polemiche ed eccitatore di folle infiammando le platee dei teatri nazionali ed esteri con la rivoluzione della parola e del linguaggio.
Marinetti l’innovatore, l’iniziatore di un movimento intellettuale che raccolse intorno a sé artisti provenienti da tutte le discipline fondendoli in una visione del mondo comune racchiusa nella volontà di celebrare la modernità.
Ecco perché possiamo definire il movimento futurista come «la rivoluzione della modernità», interpretata, vissuta e per molti versi cavalcata dal movimento futurista nei suoi aspetti più d’impatto, prima fra tutti la velocità impressa alla vita ed agli stili di vita umani dalle macchine e dalla tecnologia, che già allora cominciava ad interagire nella vita degli uomini e di cui s’intravedevano e si sognavano gli esiti futuri.
Esperienze di modernità
Da qui l’adorazione ed il mito della velocità, del dinamismo inteso come motore di vita applicata anche alle arti, figurative ma non solo, per la necessità e la volontà di restituire all’Italia – in un aspetto che rimanda alla politica – quella centralità nello sviluppo delle arti che si era andata via via spegnendo nella stagnazione post-unitaria di fine secolo.
Il futurismo riuscì a cogliere i segnali più importanti della modernità ivi compresa la forza e l’importanza della guerra nel cambiamento degli equilibri mondiali, riuscì a fondere in un’unica visione del mondo tutto quello che di nuovo si agitava all’interno della società piccolo borghese italiana, in sintonia ma anche in contrasto con le inquietudini del mondo intellettuale più avvertito al tema ed alla necessità del cambiamento.
Non a caso ai dibattiti ed all’animazione culturale provocata e voluta dal movimento parteciparono, in contrasto o in adesione, più o meno tutte le intelligenze creative del paese in un clima estremamente fecondo dal punto di vista della produzione intellettuale di quegli anni, non a caso definiti come «anni incendiari».
Una ricostruzione oggettiva
Ricordiamo l’opposizione prima e l’adesione poi al movimento futurista del gruppo di giovani intellettuali fiorentini che si raggruppavano intorno a riviste d’avanguardia come la Voce e Lacerba, ricordiamo il contributo al movimento di Ardengo Soffici, di Giovanni Papini e dello stesso Giuseppe Prezzolini, in un susseguirsi di adesioni, contrasti, furori interni e abbandoni che testimoniano la grande vivacità intellettuale soprattutto di un mondo giovanile che aspirava e necessitava di un’energica scossa dal punto di vista intellettuale, perché riteneva di vivere una fase storica caratterizzata da una forte stagnazione dal punto di vista culturale.
La mostra romana presenta tutti i temi e gli aspetti del movimento futurista. Viene fornita una panoramica delle arti figurative e no, sia accennando che approfondendo diversi argomenti, con l’obiettivo di promuovere la conoscenza di questa importante avanguardia del ventesimo secolo.
Questo probabilmente per rispondere alle polemiche sorte dopo l’annuncio della programmazione, poiché un governo di destra sembrava quasi che non avesse il diritto di affrontare temi culturali o argomenti in qualche modo contigui o vicini al fascismo.
Il timore, o forse il terrore per alcuni, di una rilettura critica di un fenomeno storico ed artistico doveva prevalere sulla promozione di un evento culturale.
Questa mostra è stata organizzata in modo tale da superare le barriere di critica preventiva e successiva osservazione e controllo da parte dei custodi dell’ortodossia artistica. La presentazione è stata estremamente neutra ed ha evitato qualsiasi tipo di contaminazione politica.
E questo, tuttavia, senza negare l’elementare verità storica di una contiguità che pure ci fu, perché è sicuramente vero che Marinetti fu sempre vicino al fascismo, seppure non sempre in modo allineato, restandolo fino alla morte nel 1944, con l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana, a cui diede un ultimo contributo artistico con il «Quarto d’ora di poesia della Decima Mas», tra l’altro esposto in mostra.
Alcuni membri del movimento erano fascisti dichiarati o meno apertamente, mentre altri rimasero estranei o solo contigui. Questa caratteristica era presente in tutta l’arte italiana dell’epoca, non solo nel movimento futurista.
Il successo di un intervento culturale
La mostra affronta gli aspetti controversi senza enfatizzarli né demonizzarli, offrendo una ricostruzione equilibrata della rivoluzione artistica e culturale.
Questo approccio ha contribuito al grande successo dell’evento. Nel periodo immediatamente successivo alla data di chiusura prevista inizialmente per la fine febbraio, si era già toccata la quota di oltre 90mila visitatori, tanto da consentire agli organizzatori di rinviarne la chiusura ad aprile del 2025.
Un grande successo in qualche modo non scontato, sebbene la produzione di grandi mostre susciti quasi sempre il favore del grande pubblico, ma che in qualche modo dà ragione ad una politica culturale che, senza retropensieri su implicazioni politiche o di rispetto di canoni ideologici, sembra preoccuparsi principalmente di rendere fruibili i contenuti di un autore o di una grande avanguardia artistica, come in questo caso, mettendo in secondo piano tutte le implicazioni di carattere politico che potrebbero inquinare la comprensione obiettiva di un fenomeno.
Una grande mostra, quindi, che doppia il successo di quella dello scorso anno dedicata a Tolkien e alla trilogia del Signore degli anelli e che restituisce in modo forte al pubblico tutto il valore di un’esperienza che ancora oggi merita spunti di riflessione e di approfondimento che, riteniamo, non possono che contribuire all’elevazione della coscienza culturale del paese.
Adriano Minardi Ruspi