di Adriano Minardi Ruspi
Dopo aver ripercorso le vicende di importanti personaggi del Ventennio, lo storico Giordano Bruno Guerri con Benito. Storia di un italiano affronta ora la biografia del capo del fascismo.
Giordano Bruno Guerri è un libertario nell’accezione pura del termine. È convinto — come da definizione del vocabolario Treccani — che «la libertà totale di pensiero ed azione sia il massimo valore della vita individuale, sociale e politica, da salvaguardare e difendere contro tutto ciò che tende a limitarla».
Ma la libertà è un valore da testimoniare nella vita e per un intellettuale soprattutto nella produzione artistica e letteraria e questo è esattamente ciò che Guerri ha fatto da sempre coltivando della libertà il gusto dell’andare controcorrente, di esprimere sempre e comunque in modo convinto le sue tesi.
Tutta la sua storia e la sua produzione intellettuale lo testimoniano, dagli esordi agli studi profondi, ramificati che hanno illuminato la vita e l’azione di alcuni dei personaggi più famosi e controversi del fascismo ma non solo.
L’esempio di Renzo De Felice e Emilio Gentile
Lo spirito critico, questa ricerca, più che della sola verità, dell’oggettività storica lo ha peraltro sempre condotto a privilegiare temi scomodi come il rapporto degli italiani con la Chiesa ed il giudizio solo demonizzante, sino ad allora largamente considerato definitivo ed inappellabile, sulla storia del Ventennio fascista partendo proprio dalle biografie dei personaggi più controversi, da Italo Balbo e Giuseppe Bottai a Galeazzo Ciano.
Osserviamo peraltro che dalle prime edizioni delle opere citate, quelle successive hanno sempre apportato un esame critico di grado ulteriore, grazie all’utilizzo dei nuovi documenti e di strumenti diversi come la memorialistica e gli studi successivi, sui quali il giudizio si è sempre ricalibrato e tarato, con ciò dimostrando che il revisionismo documentato, e non ideologico, rappresenta l’unica vera chiave di analisi dei fatti storici, di per sé non ancorati per definizione a nessuna verità precostituita e non basata sull’analisi dei fatti e dei documenti.
Segno evidente che la generazione successiva alla grande storiografia italiana del primo dopoguerra, da Rosario Romeo a Renzo De Felice, come poi ad Emilio Gentile aveva trovato dei degni continuatori.
Tutti i nodi legati alla vita, alla ricostruzione della complessa personalità dei biografati sono sempre stati affrontati con obiettività e spirito critico non privilegiando il facile ricorso alla tesi scandalistica o comunque conformista ma con il rigore che solo, appunto, l’obiettività dei documenti può far trapelare conducendo l’analisi ad un giudizio che, pur rimanendo soggettivo, si strutturava in un percorso «blindato» dalla prova e dalla verifica documentale.
Uno storico sempre controcorrente, spesso a disagio rispetto alla vulgata dominante ma sempre pronto, comunque, a difendere le proprie convinzioni, e soprattutto anticonformista, mai disposto ad occhieggiare le mode del momento.
Il suo «Benito» trascurato
Stupisce quindi, magari non più di tanto considerato il periodo e la fase attuale attraversata dagli studi storici, che la sua ultima fatica letteraria cioè la biografia di Mussolini chiamata volutamente Benito proprio per calcare l’attenzione sugli aspetti più personali più intimi della vita e della personalità del Duce del Fascismo abbia trovato non diciamo un’ostilità preconcetta e pregiudiziale ma un silenzio quasi imbarazzato, tenuto conto della sua presunta vicinanza alla destra di governo.
Perché segna in qualche modo il ritorno alla storia raccontata come esame rigoroso dei fatti corroborata da strumenti robusti quale soltanto il metodo storiografico serio può offrire rispetto ad una critica basata su tesi preconcette e pregiudiziali interpretative di carattere spesso non fattuale ma morale.
Assistiamo quindi ad un ribaltamento della prospettiva interpretativa sin troppo seguita negli ultimi anni che partiva dalla necessità tutta politica di strumentalizzare la storia del fascismo e dei suoi attori con il pretesto di evitarne un impossibile ritorno sulla scena politica. Dalla tesi pregiudiziale e demonizzatrice discendeva come metodo d’indagine la ricerca e lo studio dei soli documenti che quella tesi non contraddiceva ma giustificava.
Alla scoperta del personaggio Mussolini
Ribaltare questa prospettiva significa ripartire dall’esame di tutte le fonti, ricercarne ed acquisirne con coraggio di nuove arrivando a qualsiasi interpretazione, purché concreta, fattuale e comprovata.
Il lavoro di Giordano Bruno Guerri su Mussolini ci sembra seguire questa scia interpretativa con l’evidente e dichiarata volontà anche di fornire un percorso di lettura semplice in modo da renderla fruibile alla maggior parte del pubblico.
Attraverso la scrittura di questa ponderosa biografia corredata da un apparato iconografico di tutto rilievo l’autore riesce a rendere fruibile la conoscenza a tutto tondo dell’uomo e del personaggio Mussolini, cercando di svelarne o rendere quantomeno più chiaro il mistero della sua enorme popolarità in vita e la persistenza del suo mito, costruito e proseguito in termini di esaltazione di passioni opposte.
Rifuggendo, quindi, da qualunque interpretazione conformista o volutamente «acchiappa consensi», sfrondata da luoghi comuni, pregiudizi storiografici e insulti a prescindere, in quest’opera Mussolini c’è tutto: dalla costruzione allo sviluppo della sua carriera politica, all’analisi di una personalità complessa con il racconto di una vita fortemente connotata dalle scelte personali e politiche legate alla vita intima. Alle angosce, ai timori ed alle paure mai rese pubbliche ma fortemente sedimentate nel suo animo, come anche, del resto, agli azzardi, al ribaltamento di situazioni difficili in vittorie politiche.
I diversi nodi storiografici
Alla fine tutti i nodi storiografici vengono affrontati in modo puntuale, alcuni più profondamente (quelli legati alla personalità di Mussolini) ed altri in maniera diciamo più veloce non alimentando mai però il gioco delle tesi contrapposte che da anni domina alcuni aspetti della ricostruzione storica del periodo: citiamo a titolo di esempio la ricostruzione degli eventi legati all’uccisione dello stesso Mussolini, al tema legato all’esistenza o meno dei suoi diari o del carteggio con Winston Churchill come anche al delitto Matteotti ed all’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 e quant’altro.
Una ricostruzione strutturata però estremamente godibile e leggibile dal punto di vista del lettore anche poco avvezzo allo studio e alla lettura di testi di carattere storico. Un’opera importante quindi che esce, quasi per la legge del contrappasso, nello stesso periodo dell’arrivo in libreria del quarto e penultimo tomo della biografia romanzata dello stesso Mussolini di Antonio Scurati.
Parliamo volutamente di contrappasso proprio perché da una parte c’è un romanzo con una costruzione solo soggettiva del dato storico mentre dall’altra c’è il ritorno alla biografia ragionata e soprattutto ad un rigore e ad una pacatezza nei modi e negli argomenti che è completamente indipendente appunto dall’argomento trattato, ma del resto lo stile dello storico è un conto e quello del romanziere è un altro.
Consenso più per l’uomo che per il regime
Infine, la tesi centrale dell’opera, che ha suscitato dibattito, tesi contrapposte e la solita valanga di insulti o di plauso delle tifoserie contrapposte, che rende centrale la tesi che gli italiani furono essenzialmente mussoliniani e non fascisti.
Vollero, accettarono le idee e l’azione dell’uomo forte che rendesse tranquille le loro vite, che le migliorasse in modo ordinato sacrificando alla tranquillità il bene supremo della libertà.
Accettarono quindi la forma imposta dal fascismo, i miti imperiali e l’organizzazione rigida e controllata della vita sociale come pegno più o meno inevitabile da pagare per evitare guai peggiori. Che peraltro poi non furono evitati.
La tesi non esclude la presenza delle passioni che alimentarono chi fascista, o di converso antifascista, lo fu per davvero, credendoci fino in fondo. Una chiave di lettura forse non del tutto inedita — se si pensa alle considerazioni sul «mussolinismo» di Giuseppe Bottai, che invece fascista lo fu davvero — ma sicuramente stimolante e suscettibile di approfondimento ulteriore.
In questa sede ci limitiamo ad osservare che centrale nella vita di Mussolini fu probabilmente il solo Mussolini ed il mito della sua infallibilità, capacità di giudizio e di intervento nelle dinamiche storiche. Resta in secondo piano la costruzione di uno Stato fascista, visti i progetti avviati ma quasi sempre abortiti, dal corporativismo alla socializzazione ed a tutto ciò che rendesse il fascismo in grado di sopravvivere al suo fondatore.
Però c’è anche l’idea di un popolo incapace di appropriarsi del proprio destino, se non nelle situazioni estreme, che delega all’uomo forte di turno il proprio futuro e predilige una vita senza responsabilità, salvo cambiare idea e casacca alla bisogna.
Tutto sommato continuano ad essere caratteri e tratti distintivi poco edificanti.
Parlare di questo probabilmente è ancora troppo fastidioso. Ma questa è un’altra storia…
Adriano Minardi Ruspi

Giordano Bruno Guerri
Benito. Storia di un italiano
Rizzoli, pp.348