di Adriano Minardi Ruspi
Grande storia e piccola storia spesso si accompagnano e convivono. Se per grande storia intendiamo la macro-narrazione degli avvenimenti che hanno caratterizzato lo scorrere del tempo e per piccola intendiamo le storie individuali, delle persone che hanno accompagnato in vario modo i processi storici, possiamo renderci conto che la grande storia nasce e si sviluppa soprattutto quasi come una sommatoria di vicende personali completamente diverse tra loro, tutte però ben incasellate all’interno di una dinamica storica nel suo concreto sviluppo.
È questa una sensazione evidente leggendo il bel libro di Alessandro Fulloni, Il terzino e il Duce, dedicato alla vita ed alla carriera sportiva di Eraldo Monzeglio, uno degli eroi nazionali del calcio italiano della prima metà del secolo (ma anche oltre, tenendo conto della sua successiva carriera di allenatore) con la vittoria storica nei campionati del mondo e con una carriera giocata in squadre prestigiose come, soprattutto, il Bologna, con la Roma e con tutte le altre in cui aveva giocato o aveva poi ben figurato come allenatore.
Questa sensazione è ben presente proseguendo nella lettura perché la vita di Monzeglio non fu caratterizzata esclusivamente dal suo essere stato un campione pienamente realizzatosi dal punto di vista sportivo in termini di obiettivi e di risultati, ma anche soprattutto per la sua partecipazione agli avvenimenti del tempo, a partire dal periodo successivo alla prima guerra mondiale, con il successivo affermarsi del fascismo per poi arrivare, attraverso la tragedia della guerra e della guerra civile, sino quasi ai giorni nostri.
Un testimone privilegiato
Parliamo di grande storia in relazione ad una più piccola storia individuale ma solo dal punto di vista convenzionale, perché Eraldo Monzeglio fu un testimone privilegiato del proprio tempo avendo avuto la possibilità, conquistata e fortemente voluta, di vivere in prima persona accanto a personaggi di prima grandezza in quel determinato momento storico e quindi di essere stato in qualche modo protagonista e testimone di avvenimenti.
L’autore affronta d’impatto questo tema, soprattutto in riferimento alla fede fascista di Monzeglio — fede dichiarata, mantenuta nel tempo e soprattutto mai rinnegata —, con grande onestà e grande limpidezza, non tacendo nulla e neanche giudicando con pregiudizio (sebbene non approvando le idee del campione) ma soffermandosi e mettendo in risalto il giudizio più o meno unanime che i suoi contemporanei, in ambito sportivo e non, diedero di Monzeglio.
Sempre descritto come uomo mite, teso alla possibilità, volendo e potendo, di fare del bene attraverso le sue azioni o i suoi rapporti, alieno da qualunque compromissione e corruzione di carattere personale o comunque tesa all’arricchimento personale.
Non certo un santo, comunque, ma un uomo semplicemente finalizzato a prestare la propria opera nel modo più onesto e corretto possibile.
Il rapporto con la famiglia Mussolini
Ne Il terzino e il Duce si dipanano tutti i nodi della vita di Eraldo Monzeglio in una narrazione spedita che mette insieme la sua forte qualità sportiva e, quindi, il suo essere diventato di fatto un idolo nazionale, con l’aspetto più propriamente privato della sua vita attraverso il racconto del fortissimo legame con la famiglia Mussolini.
Prima con i figli Vittorio e Bruno, di cui fu nel tempo istruttore sportivo, poi amico e confidente quasi come un secondo padre, fino all’amicizia ed al rapporto diretto con lo stesso capo del fascismo di cui fu, sino alla fine dell’aprile 1945, depositario di confidenze e spesso di incarichi particolari tutti basati sulla fiducia e sulla stima personale riposta su di lui.
Rapporti che si sviluppano per tutto l’arco del periodo fascista ma che assumono tratti particolari soprattutto nel periodo tragico della guerra civile, con un rapporto personale che andava ben oltre le partite di tennis giocate a cadenze quasi quotidiane, finendo per assumere caratteristiche inedite. Si pensi al ruolo familiare esercitato dal campione in occasione della morte di Bruno Mussolini, terzogenito del Duce deceduto in un’incidente aereo nell’agosto del 1941 per passare ad un improbabile ruolo di mediazione nel conflitto tra donna Rachele e Clara Petacci e nel dipanare tutti i complotti ed i veleni intessuti dai troppi clan che circondavano e soffocavano Mussolini nel tramonto della sua vita.
Ma anche incarichi di natura fiduciaria del tutto diversi dalla sfera familiare passati attraverso l’appoggio ai tentativi di Edda Mussolini di salvare dalla fucilazione Galeazzo Ciano, ai «pizzini» consegnati o ricevuti dal Duce o ai tentativi di salvare Mussolini stesso consegnandolo ai servizi segreti americani nelle convulse giornate dell’aprile 1945 di Como e dintorni.
Le qualità personali e umane di Monzeglio
Ma è nel periodo della Repubblica Sociale che emergono anche tutte le qualità umane e personali di Eraldo Monzeglio, con le azioni finalizzate a salvare dalla prigionia e financo dalla fucilazione ebrei, molti dei quali aiutati nella fuga in Svizzera, uomini della resistenza e persone che aveva avuto occasione di conoscere in ambito sportivo ma con cui poi aveva mantenuto un fortissimo legame personale, anche se antifasciste e coinvolte nella resistenza.
Gran parte di queste persone, anzi la maggior parte di queste, gli riconobbero sempre questo elemento di fortissima coerenza personale nella persistenza di una fede mai rinnegata, unita però alla ferma volontà di aiutare le persone.
Paradigmatico il caso di un salvataggio dalla fucilazione di un suo fraterno amico, capo partigiano, sottratto alla fucilazione proprio quando stava per essere tradotto davanti al protone di esecuzione.
Tutte queste iniziative, che peraltro gli valsero un passaggio quasi indolore nei momenti di esplosione dell’odio e della vendetta successivi alla fine del fascismo, delineano la caratterizzazione umana di un uomo che attraversò la storia nel modo più onesto e corretto possibile, in un momento in cui le passioni probabilmente avrebbero portato ad atteggiamenti diversi.
Monzeglio visse il clima della guerra civile, in cui la morte camminava di fatto vicino alle persone, in modo estremamente forte ma trasparente riuscendo sempre a mantenere ben dritta la rotta dell’umanità e tutto questo è molto ben tratteggiato da Alessandro Fulloni in un libro che non è soltanto godibilissimo dal punto di vista della lettura e della tecnica narrativa, affrontando con leggerezza narrativa tutti gli argomenti trattati e, soprattutto, sempre mettendo in primo piano le caratteristiche dell’uomo.
Il silenzio nel dopoguerra
Nessuna rinuncia al giudizio storico da parte dell’autore che, comunque, non sfocia mai in una sorta di preventiva condanna morale di un uomo, grande eroe sportivo ma comunque, secondo uno schema solo fazioso, da condannare a prescindere perché fascista, e fascista fino all’ultimo.
Forse, anzi, questa discrezione di Monzeglio nella narrazione dei fatti che lo avevano visto come protagonista o anche solo come testimone, possiamo davvero considerarla come l’unica vera pecca della sua vita nel senso che, avendo avuto la possibilità di vivere da testimone avvenimenti forti, cruciali della vita del paese e non solo nella vita della famiglia Mussolini, non ha mai sentito nel dopoguerra (ancorché più volte sollecitato e stimolato) il bisogno di rendere una testimonianza non di parte ma pro veritate per l’accertamento dei fatti.
Proprio questa possiamo ritenerla davvero come l’unica vera pecca, se vogliamo, del comportamento in vita di Monzeglio rispetto a quel periodo perché una testimonianza di verità avrebbe comunque rappresentato un contributo alla conoscenza ed avrebbe certamente aiutato a svelenire un clima sempre intossicato dal persistere dell’odio.
Eraldo Monzeglio preferì invece una strada di silenzio, se vogliamo molto più dignitosa dal punto di vista personale, cessando di essere protagonista diretto della grande storia e decidendo di vivere la sua restante parte di vita solo dal punto di vista dell’impegno sportivo.
Al ruolo di testimone della storia preferì il silenzio e l’oblio della memoria in assoluta e totale coerenza.
Un libro da leggere con curiosità perché racconta tante storie, di gloria sportiva e tragedie nazionali, spesso piccole storie che si sommano tra loro ma che ricomposte poi in un quadro più grande, permettono di comprendere meglio e chiarire la grande storia.
Adriano Minardi Ruspi

Alessandro Fulloni
Il terzino e il Duce
Solferino, pp.336