Il romanzo di Gabriel Braga Triste non è la parola giusta è vincitore del Premio Iess (acronimo dei quatto promotori del Premio: Iila, Energheia, Sur e Scuola del Libro) per il miglior esordio latinoamericano under 35.
Abbiamo assistito alla presentazione dell’edizione italiana del libro, avvenuta l’8 dicembre alla Fiera della piccola e media editoria «Più libri più liberi». Erano presenti l’autore, la traduttrice Dea Merlini, che ne ha reso magistralmente la prosa, e fra il pubblico l’ambasciatore brasiliano in Italia, Renato Mosca de Souza. La conferenza è stata condotta dalla brava Ilaria Gaspari.
Gabriel Braga è come il suo stile di scrittura: educato, garbato, gentile. Cortese anche con il pubblico che, al termine della conferenza, gli si è affollato intorno per il firma-copie.
Una scatola polverosa sull’armadio
Si tratta di un romanzo-puzzle di autofiction, dove il lavoro di ricerca sulla propria madre Miriam, malata di demenza frontotemporale, si trasforma in un’analisi della propria identità, messa a dura prova da questa infermità. Sullo sfondo la figura paterna, massiccia, autorevole, distante. La ricostruzione di una famiglia dove dominavano i silenzi che ora, con la malattia della madre, si sono ingigantiti.
Una scatola polverosa abbandonata su un armadio, piena di fotografie, lettere e un curioso diario delle prime settimane del neonato, scritto dalla madre fingendo di essere lui, sono i pezzi del mosaico di cui Gabriel si serve per ricomporre la figura materna.
Ma non è solo l’autore a dovere fare questo «sforzo», anche il lettore deve metterci del suo e accompagnare lo scrittore in quest’opera di composizione, per cui alcune fotografie e alcune lettere sono inserite nella narrazione. Le foto sono tutte del periodo giovanile e mostrano una bella ragazza bruna e sorridente. Una trentina di lettere rivelano invece il rapporto epistolare quinquennale con un ragazzo, il Bode, conosciuto in vacanza e forse incontrato di nuovo un’altra volta sola. Se sia stato qualcosa di più di un’amicizia, magari un amore che non si è concretizzato ma è rimasto forte e nostalgico nel cuore della ragazza, non è esplicitato. Anche qui il lettore deve pensare, ipotizzare, dal libro avrà solo indizi.
La narrazione procede a salti servendosi di quadri astrali, disegni architettonici, ecografie, diagnosi mediche, bugiardini di farmaci, piccoli appunti sparsi e il diario del neonato. Tutto ciò dovrebbe dipingere il quadro di una Miriam architetta, che poi resta incinta e si dedica con tanto amore alla crescita di Gabriel.
Per andare avanti in mezzo al dolore
Come la mamma ha cercato di costruire una memoria al bambino appena nato, così il figlio tenta di restituire il favore alla madre aggredita da una malattia che non lascia scampo, che trasforma l’essere umano fino a renderlo irriconoscibile, inservibile, assente, non autonomo in nulla, neanche nei bisogni primari. E qui, come ha detto Ilaria Gaspari nella presentazione, si piange molto. Anche perché una devastazione simile piega anche le persone più prossime e, infatti, Gabriel cerca degli appigli per andare avanti in mezzo a tanto dolore, ma non ne troverà, neanche in un viaggio nella cittadina di origine di Miriam, teatro di tutte le loro vacanze. Qui, come ovunque sembrano esserci solo rovine, le rovine dei ricordi che il tempo macina senza pietà.
Di fronte a tale sfacelo, triste non è appunto la parola giusta. Quelle giuste sono l’odio (per la situazione), la rabbia, la disperazione, l’impotenza. Ma alla fine c’è una cosa bella da ricordare, più forte di tutto: il legame primario fra madre e figlio, la manina del neonato che stringe il dito del genitore, la mano della malata che accarezza quella del figlio come a consolare e consolarsi.
Una bella opera prima, un premio meritato, una lettura consigliatissima.
Susana Ribeca

Gabriel Braga
Triste non è la parola giusta
Sur, pp.168