di Adriano Minardi Ruspi
Il film Alla Festa della Rivoluzione, diretto da Armando Catinari e liberamente ispirato all’omonimo libro di Claudia Salaris, si presenta sin da subito come un’occasione mancata. Più che reinterpretare l’esperienza fiumana, l’opera sembra utilizzarla come semplice serbatoio di suggestioni, svuotandola però della sua reale portata storica e politica.
Il lavoro di Salaris aveva il merito di restituire tutta la natura contraddittoria e stratificata dell’Impresa di Fiume, mostrando come essa fosse un vero punto di convergenza di pulsioni rivoluzionarie provenienti dagli ambiti più disparati.
A Fiume convivevano esperienze libertarie e tensioni radicali di segno opposto: accanto a figure eccentriche e simboliche come Guido Keller — peraltro mal rappresentato e distorto nel film persino sul piano estetico — si muovevano arditi, ex combattenti e uomini che sarebbero poi diventati protagonisti dello squadrismo fascista, come Ettore Muti, Ulisse Igliori e altri futuri quadri dirigenti del regime.
Assente lo spirito dell’impresa fiumana
Quella fiumana fu dunque una miscela instabile e irripetibile: un laboratorio in cui convivevano spinte libertarie, suggestioni protosocialiste e, al tempo stesso, nuclei di quella cultura politica che sarebbe confluita pressoché quasi interamente nel fascismo, mentre solo una minoranza ne sarebbe rimasta estranea o apertamente antifascista. Era proprio questa ambiguità — questa coesistenza di opposti — a costituire il tratto più interessante e problematico dell’esperienza.
Le ricerche storiche successive hanno seguito l’interpretazione avviata da Claudia Salaris, soprattutto tramite le opere di Giordano Bruno Guerri, in concomitanza con una rivalutazione della figura e dell’opera di Gabriele D’Annunzio.
Una spy story fuori luogo
Il film, invece, cancella tutto questo. Le differenze, le tensioni, le contraddizioni vengono appiattite fino a scomparire, riducendo Fiume a uno sfondo indistinto. Anche gli elementi più avanzati, come il voto alle donne o la Carta del Carnaro, finiscono per essere utilizzati come semplici decorazioni narrative, privati del loro reale significato politico.
La scelta di trasformare tutto in una spy story — con servizi segreti russi e italiani, doppiogiochisti e intrighi poco credibili — appare non solo forzata, ma quasi irritante. La storia di Fiume viene piegata a un intreccio artificioso che finisce per oscurare e non certo esaltare proprio ciò che la rendeva unica. Più che una rilettura, sembra una fuga deliberata dalla complessità.
D’Annunzio svuotato
Al centro rimane Gabriele D’Annunzio, ma è un centro solo apparente. Il Vate viene rappresentato come figura simbolica ma sostanzialmente passiva, spettatore di trame che lo sovrastano. Una scelta discutibile, perché ne ridimensiona la capacità di mobilitazione e il ruolo attivo nella costruzione dell’esperienza fiumana, pur con tutti i suoi limiti di gestione politica, peraltro ampiamente rilevati dalla ricerca storiografica.
Ancora più deludente è il ricorso a una struttura rigidamente manichea: da un lato i «buoni», costruiti secondo cliché ormai logori; dall’altro i «cattivi», tra cui compare inevitabilmente Benito Mussolini, ridotto a figura antagonista prevedibile. Una semplificazione che non solo banalizza i rapporti storici, ma tradisce apertamente la complessità del periodo, sostituendola con una lettura comoda e ideologicamente rassicurante.
Una semplificazione che irrita
Ciò che più lascia perplessi è che il film rinunci deliberatamente a confrontarsi con la natura contraddittoria e sfuggente dell’esperienza fiumana. Anche alla luce del sostegno istituzionale ricevuto, ci si sarebbe potuti aspettare un’operazione più coraggiosa e meno convenzionale. Invece, Alla Festa della Rivoluzione sceglie la via più facile: semplificare, dividere, schematizzare.
E così, quella che poteva essere un’occasione per interrogare davvero la storia si riduce a un racconto prevedibile, che non solo non illumina il passato, ma finisce per deformarlo. E questo, più che un limite, è un vero spreco.
Adriano Minardi Ruspi