Vietato minimizzare. Vietato rimuovere. Illudendosi che si tratti solo di elucubrazioni visionarie riguardo a una società distopica che, in quei termini terrificanti, non ci sarà mai e poi mai. Non è così. Le tesi riassunte nei 22 punti del manifesto pubblicato recentemente da Palantir su X non vanno affatto ridotte a speculazioni astratte.
Innanzitutto perché provengono da un’azienda leader nel settore dei Big Data e dell’Intelligenza artificiale, con una capitalizzazione di Borsa che ha superato i 300 miliardi di dollari e con una vicinanza consolidata a Donald Trump. Poi, perché non si tratta di una sortita occasionale e limitata a questa sintesi, ma di posizioni che rispecchiano i contenuti del libro La repubblica tecnologica uscito lo scorso anno negli Usa — e pubblicato in Italia con la prefazione di Federico Rampini — sia negli Usa che in Italia e cofirmato da Alexander C. Karp, uno dei soci fondatori del colosso hi-tech statunitense.
L’asse portante è che la tecnologia informatica, di cui la IA è già oggi la punta di diamante ed è avviata a diventarne l’architrave fondamentale, meriti un ruolo decisivo nell’organizzazione sociale. Non più uno strumento neutro al servizio di un pensiero politico che ha altrove le sue matrici e i suoi artefici, ma la fonte suprema di un sapere affidabile e coerente, sul quale imperniare le scelte collettive.
Analogamente i suoi esponenti di vertice, consacrati dalla fusione tra acume teorico e successo imprenditoriale, dovrebbero essere gli alfieri di questo ribaltamento delle categorie preesistenti: la tecnica non puntella la politica ma la plasma.
Non a caso, il sottotitolo dell’edizione italiana si differenzia da quello della versione originale e utilizza proprio il termine, «plasmare»: «Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente».
Dietro l’alibi della scienza
Una forzatura editoriale? Neanche un po’. Nell’introduzione del libro lo si dice pari pari: «L’élite degli ingegneri della Silicon Valley ha il preciso dovere di contribuire alla difesa della nazione e all’articolazione di un progetto nazionale – cos’è questo paese, che valori abbiamo e per cosa ci battiamo – e, per estensione, di salvaguardare il vantaggio geopolitico, persistente benché fragile, che gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e non solo hanno accumulato nei confronti dei loro avversari».
Il gioco diventa scoperto. Diventa inequivocabile. E inquietante.
Una prospettiva che riflette la stessa manipolazione che avviene già da tempo in ambito economico, spacciando il know how liberista per una conoscenza super partes alla quale è doveroso allinearsi. Nell’interesse del bene comune, anziché a vantaggio delle oligarchie che tirano i fili dei mercati. Finanziari e non solo.
L’Intelligenza artificiale, che scaturisce dalla scienza, sarebbe da preferire a quella umana perché più rigorosa nello stabilire le concatenazioni di cause ed effetto. Risultando perciò più efficace ai fini del raggiungimento degli scopi prefissati.
Questa elaborazione, però, si incardina pur sempre su premesse che non sono generate dalla stessa IA, bensì da chi la programma e le conferisce il suo «Dna».
Ammantata di scientificità, si presenta come una luce da seguire di buon grado perché il suo incedere razionale non è esposto alle debolezze della mente umana, così spesso fuorviata da impulsi psichici di natura egoistica e di stampo emotivo.
Eppure, le sue valutazioni oggettive si dipanano a partire da valori e finalità che sono fissate a priori e che, in quanto tali, restano del tutto opinabili.
Esigendo, in via preliminare, che siano identificate con la massima chiarezza.
Il pericolo vero (e quello fasullo)
Punto 7 del manifesto di Palantir: «Se un marine statunitense chiede un fucile migliore, dovremmo costruirlo; e lo stesso vale per il software. Come Paese, dovremmo essere in grado di continuare un dibattito sull’opportunità di un’azione militare all’estero, rimanendo al contempo irremovibili nel nostro impegno verso coloro ai quali abbiamo chiesto di esporsi al pericolo» (il grassetto è nell’originale – ndr).
I valori, e la supremazia, che si mira ad affermare sono dunque quelli degli Usa. Nella loro declinazione più aggressiva e messianica, ovvero in una saldatura, pericolosissima, tra il dominio materialista basato sul controllo di capitali immensi, con tutto ciò che ne consegue in termini di armamenti sia convenzionali sia futuribili, e una presunta legittimazione metafisica, in chiave biblica.
È questo, il modello di società che si vorrebbe imporre. Auto attribuendosi un primato etico-religioso e prevedendo espressamente il ricorso a qualsiasi mezzo. Ben al di là delle solite seduzioni dell’american way of life e del suo consumismo superficiale e parossistico.
Come sottolinea il punto 4 del manifesto, «I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più del semplice appello morale. Richiede hard power, e l’hard power in questo secolo si baserà sul software».
Un progetto unilaterale e su scala planetaria, come si vede. Un progetto che molti si ostinano a etichettare come tecno-fascismo, appiattendosi sulla definizione fuorviante che equipara tutti i regimi nazionalisti e autoritari al fascismo storico di Mussolini.
E c’è chi non abbocca
Una deformazione ottusa per un verso e capziosa per l’altro. Una mistificazione che si trascina dal secondo dopoguerra e che è stata puntualmente replicata in occasione dei festeggiamenti per il 25 aprile.
Con una poderosa eccezione, però.
Proprio l’indomani, in un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera, Luciano Violante ha smascherato l’inganno. Tommaso Labate ci prova: «Sta dicendo che nell’epoca di Trump e Putin il pericolo del fascismo non c’è più?».
Lui non abbocca: «Nelle società occidentali ci sono gravi pericoli per la democrazia che non sono ‘fascismo’. Sono diversi e più gravi. Penso a un pezzo del mondo Maga, alle teorie di Peter Thiel e Curtis Yarvin, invitatissimi in Europa: un nuovo autoritarismo tecnologico che si fonda su una lettura antistorica della Bibbia, che ha un suo decalogo, per una teotecnocrazia governata dall’Uno».
Esemplare. E da tenere a mente, a differenza di quello che faranno gli innumerevoli conformisti, o peggio, dell’antifascismo militante.
Gerardo Valentini

Alexander C. Karp, Nicholas W. Zamiska
La repubblica tecnologica
Silvio Berlusconi Editore, pp.384