di Adriano Minardi Ruspi
Le pagine strappate della storia è, fin dalle prime righe, un libro che non ha alcuna intenzione di porsi in posizione equidistante. Curato da Fausto Biloslavo, il volume, edito da Signs Book, si presenta come un intervento diretto — e dichiaratamente polemico — nel dibattito sulle vicende del confine orientale nel 1945.
L’obiettivo non è solo raccontare, ma correggere. O, meglio, ribaltare una narrazione ritenuta, a ragione, dominante, secondo cui le violenze jugoslave sarebbero in larga misura spiegabili alla luce dell’occupazione italiana della Jugoslavia. Qui, invece, il paradigma viene capovolto: non reazione, ma progetto politico e sistema di violenza autonomo.
Un libro che non cerca equilibrio
Dal punto di vista editoriale, Le pagine strappate della storia funziona. L’alternanza tra capitoli di contesto e approfondimenti tematici permette una lettura scorrevole, anche per chi non ha familiarità con la materia.
Particolarmente incisiva è la parte dedicata a Gorizia, che trova un naturale completamento nel volume I 40 giorni del terrore di Mauro Tonino, pubblicato dalla stessa casa editrice, anch’esso legato alla stessa impostazione culturale ed introdotto da Fausto Biloslavo. Il quadro che emerge è quello di un’occupazione brutale, sistematica, difficilmente riducibile a semplice «resa dei conti».
Non mancano passaggi cruciali e troppo spesso omessi dalla narrazione dominante: dall’Eccidio di Porzûs, simbolo delle fratture interne alla Resistenza, al ruolo dell’Ozna (la famigerata polizia politica titina), fino alla rete dei campi di prigionia come Goli Otok. Il tutto costruisce una narrazione compatta, coerente e orientata.
Una tesi netta e divisiva
Il libro non si limita a raccontare: interpreta, giudica e prende posizione. La tesi è chiara e reiterata: le violenze del 1945 non sarebbero spiegabili come risposta alle politiche italiane, ma come espressione di una cultura politica e militare già intrisa di brutalità, acuita ma non generata dal contesto bellico.
A sostegno di questa lettura vengono richiamati anche documenti coevi, tra cui rapporti dell’esercito italiano e relazioni redatte durante e dopo la guerra, che segnalavano frequenti episodi di violenza diffusa da parte delle formazioni jugoslave comuniste non solo contro italiani, ma anche contro avversari interni, comprese le componenti non comuniste della resistenza e contro i cetnici.
È una costruzione argomentativa che ha una sua coerenza interna. Ma proprio per questo si espone a una critica evidente: il rischio di trasformare una contro-narrazione in una narrazione alternativa altrettanto rigida.
Contro la storiografia dominante
Il bersaglio polemico è esplicito. Il libro si pone in contrasto con quella parte della storiografia contemporanea che tende a contestualizzare le foibe all’interno della violenza diffusa della guerra nei Balcani. Autori come Eric Gobetti vengono implicitamente chiamati in causa come esponenti di una lettura troppo indulgente, giustificatoria quando non apertamente schierata dalla parte jugoslava.
Ma è proprio qui che il confronto si fa più delicato. Se è vero che alcune narrazioni hanno talvolta insistito eccessivamente sul contesto, è altrettanto vero che la storiografia accademica — nel suo complesso — cerca ora di tenere insieme più fattori: guerra, ideologia, nazionalismi, vendetta, rivoluzione.
Le pagine strappate della storia, invece, sembra voler tagliare questo nodo, scegliendo una linea interpretativa più netta, più leggibile, ma anche meno sfumata.
Memoria o battaglia culturale?
Il libro si inserisce a pieno titolo nel clima che accompagna ogni anno il Giorno del Ricordo, dove la memoria storica diventa terreno di confronto, e spesso di scontro.
Qui, però, la memoria non è solo recupero: è rivendicazione. Il tono complessivo dell’opera manifesta una volontà di riequilibrio che, in alcuni passaggi, sfiora apertamente la contrapposizione frontale con la narrativa dominante.
Il giudizio finale
Le pagine strappate della storia è un libro che colpisce, ma non sempre convince fino in fondo. Ha il merito indiscutibile di riportare al centro vicende troppo a lungo marginalizzate e di utilizzare materiali dimenticati dalla narrazione dominante che meritano attenzione. Ma lo fa con un impianto interpretativo che, nel tentativo di correggere una discutibile egemonia culturale, finisce inconsapevolmente per costruirne una speculare.
Non è una sintesi storica: è un atto di accusa. E come tutti gli atti di accusa, seleziona, enfatizza, semplifica.
In questo senso è utile soprattutto per rompere un certo conformismo narrativo ma non è probabilmente sufficiente se si cerca una comprensione davvero completa di quegli eventi.
In definitiva, più che restituire «pagine strappate», il libro sembra riscriverle con un inchiostro diverso, altrettanto marcato, altrettanto ideologico. Ed è proprio qui che sta, insieme, la sua forza e il suo limite.
Ma non è sicuramente un libro che cerca compromessi. È un’opera dichiaratamente schierata, che punta a riaprire una discussione e a mettere in crisi alcune letture consolidate.
Il suo valore forte sta proprio in questo: nel riportare attenzione su fonti, episodi e interpretazioni troppo marginalizzate. Al tempo stesso, proprio per il suo carattere militante, richiede una lettura critica e comparata con altri studi.
Piu che offrire una sintesi definitiva, il libro contribuisce ad alimentare un confronto che resta aperto e, forse, è proprio in questa tensione tra memoria e storia che risiede il suo principale interesse.
Adriano Minardi Ruspi

A cura di Fausto Biloslavo
Le pagine strappate della storia
Signs Book, pp.224