di Adriano Minardi Ruspi
Esistono molte biografie di Benito Mussolini e innumerevoli testimonianze sul fascismo. Esiste però un caso quasi unico nella storia politica del Novecento: quello di una stessa persona che abbia contribuito in modo decisivo a costruire il mito di un leader e che, molti anni dopo, abbia lasciato una delle più penetranti testimonianze sulla sua dissoluzione personale e politica. Questa persona è Margherita Sarfatti.
In questa prospettiva, Dux e È colpa mia. Mussolini per come l’ho conosciuto non sono semplicemente due libri su Mussolini. Sono i due estremi di una parabola intellettuale e umana. Il primo rappresenta il momento della fede, dell’adesione e della costruzione del mito; il secondo quello della disillusione, della sofferenza e della resa dei conti con la storia. Tra le due opere non vi è soltanto la distanza che separa gli anni Venti dal secondo dopoguerra quanto piuttosto l’intera vicenda del fascismo, dalla sua ascesa al suo crollo.
Per questo leggere oggi i due volumi in parallelo significa osservare non soltanto l’evoluzione del giudizio della Sarfatti su Mussolini, ma anche il drammatico percorso di autocoscienza di un’intellettuale che si trovò a interrogarsi sul proprio ruolo nella costruzione di uno dei più potenti miti politici del Novecento.
La costruzione del mito: il Mussolini di Dux
Quando Dux appare nel 1926, Mussolini è il capo del governo che ha ormai consolidato il proprio potere e si avvia a trasformare il regime in una dittatura compiuta. Margherita Sarfatti è allora una delle figure più influenti del fascismo culturale. Non è soltanto l’amante del Duce, ma la sua interlocutrice privilegiata, la mediatrice tra il mondo della politica e quello dell’arte, la donna che più di ogni altra contribuisce a rendere Mussolini presentabile e comprensibile alle élite italiane e straniere. Il libro nasce precisamente con questo obiettivo.
Il Mussolini di Dux non è un uomo comune. È un protagonista della storia. Sarfatti lo descrive come una figura eccezionale, capace di interpretare le aspirazioni profonde della nazione e di guidarla verso una nuova grandezza. Il tono è solenne, celebrativo, spesso epico. Ogni episodio della sua vita sembra prefigurare una missione storica.
La biografia diventa così uno strumento di legittimazione politica. Non si limita a raccontare Mussolini: contribuisce a inventarlo come personaggio storico.
Sul piano letterario, Dux conserva ancora oggi un interesse che va oltre il suo evidente carattere apologetico. La scrittura della Sarfatti è elegante, aulica ma incisiva, spesso capace di trasformare il racconto biografico in una vera costruzione simbolica. Letto a distanza di un secolo, il libro vale forse meno per ciò che rivela sul Mussolini reale che per ciò che mostra sul fascino esercitato dal fascismo nascente su una parte significativa delle élite culturali italiane ed europee.
È il documento di una seduzione politica prima ancora che il ritratto di un uomo.
È difficile sopravvalutare l’importanza di quest’opera. Tradotta e diffusa all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, Dux fu uno degli strumenti più efficaci attraverso cui il fascismo costruì la propria immagine internazionale negli anni del consenso.
La testimone contro il mito: il Mussolini di «È colpa mia»
Vent’anni dopo, tutto è cambiato perché la guerra è finita, il fascismo è crollato e Mussolini è morto. Margherita Sarfatti ha conosciuto l’esilio e la persecuzione. Le leggi razziali del 1938 l’hanno costretta a lasciare l’Italia, spezzando definitivamente il rapporto con il regime che aveva contribuito a sostenere.
In questo contesto nasce My Fault, oggi pubblicato per la prima volta in italiano da Paesi Edizioni con il titolo È colpa mia. Mussolini per come l’ho conosciuto, al quale dopo poche settimane la Mondadori ha fatto seguire la riedizione di Dux.
Qui la prospettiva si rovescia completamente.
L’autrice non guarda più Mussolini dal basso verso l’alto, come figura storica da celebrare, ma dall’interno verso l’esterno, come un uomo che ha conosciuto nelle sue debolezze quotidiane. Il condottiero lascia il posto all’individuo. Il mito viene progressivamente smontato.
La Sarfatti descrive un Mussolini diverso da quello di Dux: più vulnerabile, più contraddittorio, spesso dominato dalla vanità, dall’ambizione e dall’isolamento che il potere genera inevitabilmente. Il giudizio si estende all’intera classe dirigente fascista, dipinta come un mondo di cortigiani, opportunisti e conformisti incapaci di opporsi alla deriva del regime.
Il libro assume così il carattere di una confessione e insieme di un atto d’accusa.
Anche sotto il profilo stilistico, tuttavia, È colpa mia sfugge alle classificazioni più semplici. Non è una ricerca storica né una requisitoria sistematica. È piuttosto una memoria personale nella quale si alternano lucidità, nostalgia, amarezza e spesso risentimento. Proprio questa commistione di registri rende l’opera preziosa non tanto per eventuali rivelazioni sensazionali quanto per la possibilità di osservare dall’interno il travagliato percorso di una protagonista chiamata a confrontarsi con il fallimento di un’intera stagione della propria vita.
Vi è inoltre un elemento che colpisce il lettore contemporaneo e che contribuisce a rendere il libro più complesso di quanto una prima lettura potrebbe suggerire.
I due registri di «È colpa mia»
In È colpa mia sembrano convivere infatti due registri differenti. Quando affronta i grandi eventi della storia, la Sarfatti conserva spesso una certa cautela interpretativa e talvolta tende persino ad attenuare alcune responsabilità del fascismo e di Mussolini. È il caso delle pagine dedicate al delitto Matteotti, dove emerge una linea difensiva che evita di attribuire al Duce responsabilità dirette, oppure delle riflessioni sulla politica estera degli anni Trenta, nelle quali la scrittrice insiste sulle responsabilità delle democrazie occidentali nell’aver favorito, o quanto meno non del tutto impedito, l’avvicinamento dell’Italia alla Germania hitleriana.
Quando invece il racconto si sposta sul terreno privato, il tono muta radicalmente. La critica diventa più aspra, il giudizio più severo e la memoria assume talvolta i tratti di un vero e proprio regolamento di conti personale. Il Mussolini pubblico continua a essere in parte interpretato e contestualizzato; il Mussolini privato viene invece sottoposto a una requisitoria impietosa.
Ancora più sorprendenti risultano le pagine dedicate ai familiari e all’entourage del Duce. Qui la Sarfatti alterna osservazioni psicologiche, ricordi personali e giudizi taglienti che finiscono talvolta per avvicinarsi al registro del retroscena e del pettegolezzo. Nessuno, o quasi, sembra sottrarsi a questo sguardo severo. È un aspetto che può lasciare perplesso il lettore contemporaneo, non tanto per la durezza dei giudizi quanto per la sensazione che il risentimento personale finisca occasionalmente per prevalere sull’analisi storica.
Eppure, anche questa ambivalenza costituisce una parte importante del valore documentario del libro. Più che una testimonianza fredda e distaccata, È colpa mia appare come il racconto di una donna che continua a confrontarsi con una ferita mai del tutto rimarginata. Ed è forse proprio in questa oscillazione tra interpretazione storica e delusione personale che si manifesta la sua autenticità più profonda.
È cambiato Mussolini o è cambiata Sarfatti?
È probabilmente questa la domanda più interessante che emerge dalla lettura comparata delle due opere.
Il lettore contemporaneo è naturalmente portato a considerare È colpa mia come il libro della verità e Dux come il libro dell’illusione. Una lettura del genere, tuttavia, rischia di essere troppo semplice perché entrambi i libri, in realtà, sono profondamente soggettivi.
In Dux la Sarfatti scrive sotto il segno dell’ammirazione, dell’amore e della partecipazione politica. In È colpa mia scrive dopo l’esilio, la persecuzione e la delusione. Se il primo libro è inevitabilmente influenzato dall’entusiasmo, il secondo lo è altrettanto dal dolore.
La questione, dunque, non è stabilire quale dei due libri contenga il «vero» Mussolini. La vera questione è comprendere come il mutamento dello sguardo dell’autrice trasformi anche il suo oggetto.
In questo senso i due libri si illuminano reciprocamente. Ognuno mostra non soltanto Mussolini, ma anche la Sarfatti che lo osserva.
Le leggi razziali e la fine dell’illusione
Nessun elemento risulta più decisivo delle leggi razziali del 1938. Per oltre quindici anni Margherita Sarfatti aveva considerato il fascismo compatibile con la propria identità di ebrea italiana. Non era una posizione isolata: molti ebrei italiani avevano inizialmente guardato al fascismo senza ostilità e alcuni vi avevano partecipato attivamente. Le leggi razziali distrussero questa convinzione.
Il trauma che emerge in È colpa mia non è soltanto politico. È personale, esistenziale. La Sarfatti scopre di essere stata espulsa da quella stessa comunità nazionale alla cui costruzione simbolica aveva contribuito.
Da questo punto di vista il libro racconta non soltanto il fallimento del fascismo, ma il crollo di una fiducia.
Il problema della responsabilità
È qui che la lettura dei due libri assume un significato che va oltre la vicenda di Mussolini.
La domanda implicita di È colpa mia è una domanda sulla responsabilità degli intellettuali.
Che cosa accade quando il talento letterario, il prestigio culturale e la capacità di influenzare l’opinione pubblica vengono messi al servizio di un progetto politico?
Quale parte di responsabilità spetta a chi contribuisce a costruire il consenso attorno a un leader?
Il titolo stesso può essere interpretato come una risposta.
Non soltanto una confessione sentimentale. Non soltanto il bilancio di una relazione privata. Ma il tentativo di misurarsi con la propria corresponsabilità storica.
La Sarfatti non si limita a denunciare Mussolini. Interroga anche sé stessa.
Ed è proprio questa dimensione autocritica a conferire al libro una forza che va oltre il semplice memoriale.
Memoria, confessione o autoassoluzione?
Vi è tuttavia un’ultima domanda che accompagna inevitabilmente la lettura di È colpa mia e che rende il libro ancora più interessante per il lettore contemporaneo.
Fino a che punto esso rappresenta una confessione? E fino a che punto costituisce invece un tentativo di ridefinire la propria immagine dopo il crollo del fascismo?
Ogni memoriale è, per sua natura, un genere ambiguo. Chi scrive non si limita a ricordare il passato: lo organizza, lo interpreta, gli attribuisce un significato. La memoria non è mai una fotografia immobile degli eventi; è sempre una narrazione costruita alla luce di ciò che è accaduto dopo.
Anche È colpa mia non sfugge a questa regola.
La Sarfatti vi appare spesso severa verso Mussolini, verso il fascismo e verso molti dei protagonisti di quella stagione politica. Ma il lettore non può evitare di interrogarsi anche sul modo in cui l’autrice rappresenta sé stessa. La donna che scrive nel dopoguerra è la stessa che negli anni Venti aveva contribuito in misura decisiva alla costruzione del mito mussoliniano. La consapevolezza di questa continuità rende inevitabile una domanda: il libro è soltanto un atto d’accusa contro il fascismo oppure è anche un tentativo di prendere le distanze da una responsabilità storica ormai diventata difficile da sostenere?
La questione non può essere risolta in modo semplicistico.
Da un lato, sarebbe ingiusto leggere l’opera come una mera operazione di autoassoluzione. La Sarfatti aveva effettivamente pagato un prezzo elevato per la propria origine ebraica e per la rottura con il regime. L’esilio, l’emarginazione e il trauma delle leggi razziali appartengono alla sua esperienza concreta e conferiscono autenticità al dolore che attraversa il libro.
Dall’altro lato, proprio il titolo È colpa mia sembra suggerire una tensione irrisolta tra assunzione di responsabilità e difesa di sé. L’autrice riconosce il proprio coinvolgimento nella vicenda fascista, ma nello stesso tempo tende a presentarsi come una delle prime persone ad aver compreso la degenerazione del regime e la vera natura di Mussolini.
Forse è proprio questa ambivalenza a rendere il libro storicamente prezioso.
È anche il motivo per cui il volume va letto con lo stesso spirito critico che si riserva a ogni testimonianza autobiografica. Le memorie non sono verbali processuali e non pretendono di esserlo. Il loro valore non consiste soltanto nell’accuratezza fattuale, ma nella capacità di mostrare come gli individui ricostruiscono il proprio passato e attribuiscono un significato alle proprie scelte. In questo senso, le omissioni, le enfasi e persino le contraddizioni possono risultare illuminanti quanto i fatti narrati.
Più che offrire una confessione definitiva, È colpa mia documenta il difficile confronto di un’intellettuale con il proprio passato. Non racconta soltanto il crollo di un regime; racconta anche lo sforzo di una protagonista della sua storia di trovare una collocazione etica e morale dopo la sua sconfitta.
Letto in questa prospettiva, il libro assume un significato che va oltre il fascismo e oltre la stessa figura di Mussolini. Diventa una riflessione universale sul rapporto tra memoria e responsabilità, sul modo in cui gli individui cercano di comprendere — e talvolta di giustificare — le proprie scelte quando la storia ne ha ormai pronunciato il giudizio.
Due libri, una sola storia
Il valore della pubblicazione italiana di È colpa mia consiste anche nel fatto che essa permette finalmente di leggere queste due opere come parti di un unico racconto.
Da un lato c’è il libro che contribuì a costruire il mito del Duce; dall’altro quello che ne racconta la rovina morale e politica.
Tra questi due poli si colloca non solo la storia di Mussolini, ma anche quella di una donna che fu insieme protagonista, osservatrice, vittima e giudice del fascismo.
Per questo Dux e È colpa mia andrebbero letti insieme.
Non perché permettano di identificare il «vero» Mussolini, ma perché mostrano come i miti politici nascano, si rafforzino e infine crollino.
In fondo, il vero fulcro di questa lettura comparata non è tanto Mussolini, ma chi ne ha narrato prima l’ascesa e poi la caduta.
È Margherita, è la donna che contribuì a costruire il mito e che ebbe poi il coraggio, o forse il bisogno, di raccontarne la rovina.
È probabilmente in questa sottile tensione tra coraggio e necessità, tra memoria e autoassoluzione, tra confessione e autodifesa, che emerge l’aspetto più umano e interessante della sua testimonianza. Sarfatti non consegna solo il ritratto di un dittatore e del suo regime, ma anche quello di una coscienza che cerca di fare i conti con la propria responsabilità davanti al giudizio della storia.
Adriano Minardi Ruspi

Margherita Sarfatti
Dux
Mondadori, pp.300

Margherita Sarfatti
È colpa mia
Paesi Edizioni, pp.252