di Adriano Minardi Ruspi
C’è una domanda che attraversa tutto il nuovo libro di Antonio Polito, La Costituzione non è di sinistra. Quando e perché la Carta del 1948 ha smesso di essere il terreno comune della Repubblica per diventare la bandiera identitaria di una sola parte politica?
Il saggio non è un manuale di diritto costituzionale né una semplice ricostruzione storica. È, piuttosto, un intervento politico-culturale che si muove lungo il confine fra giornalismo, storia e analisi istituzionale.
Antonio Polito affronta infatti il tema con il passo del giornalista parlamentare ed editorialista di lungo corso, abituato a osservare i meccanismi della politica dall’interno, ma anche con la curiosità del saggista che torna alle fonti, ai dibattiti dell’Assemblea costituente e alle intenzioni originarie dei suoi protagonisti.
Ne emerge un libro che non guarda soltanto al presente, ma che prova a ricostruire il percorso attraverso cui alcune interpretazioni della Costituzione si sono progressivamente affermate fino a diventare senso comune.
La Carta come compromesso, non come manifesto ideologico
La tesi da cui Polito parte è semplice ma politicamente esplosiva: la Costituzione italiana non nacque «di sinistra». Nacque semmai dall’incontro — e spesso dallo scontro — fra culture politiche diverse e incompatibili: cattolici democratici, liberali, socialisti e comunisti.
Nel libro ritorna continuamente l’idea della Costituzione come grande compromesso nazionale, figlio della necessità storica del dopoguerra più che di un progetto coerente di società progressista. In questa lettura, gli articoli fondamentali della Carta non sarebbero l’espressione di una visione unitaria, ma il risultato di equilibri politici delicati, costruiti nella stagione della Guerra fredda nascente.
Polito insiste soprattutto su un punto: la Costituzione italiana è stata trasformata nel tempo da «patto condiviso» a simbolo politico identitario. E questo, secondo lui, è avvenuto progressivamente dopo il crollo della Prima Repubblica.
Le radici del fenomeno, tuttavia, affondano più lontano. Per decenni la Costituzione non fu soltanto il fondamento giuridico della Repubblica, ma anche il simbolo dell’esperienza antifascista che aveva dato vita al nuovo Stato democratico.
La legittimità costituzionale venne così associata al perimetro dell’arco costituzionale e delle culture politiche che lo componevano. In questa prospettiva, la sinistra non avrebbe conquistato la Costituzione dall’esterno: ne avrebbe piuttosto ereditato una centralità simbolica che, secondo Polito, si è trasformata nel tempo in una sorta di esclusiva culturale.
Magistratura, diritti e il problema dell’interpretazione
Uno dei passaggi più interessanti de La Costituzione non è di sinistra riguarda il ruolo della magistratura nella storia repubblicana.
Antonio Polito rilegge gli articoli costituzionali che disciplinano autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario per contestare una delle convinzioni più diffuse nel dibattito pubblico: l’idea di una magistratura che sarebbe semplicemente «soggetta alla legge» e quindi estranea al conflitto politico.
Secondo l’autore, l’evoluzione della giurisprudenza e il crescente peso assunto da alcune correnti della magistratura — viene richiamata soprattutto l’esperienza di Magistratura Democratica — hanno contribuito a trasformare il giudice da semplice interprete della legge a protagonista della vita pubblica.
La tesi di Polito è che, soprattutto nei momenti di debolezza della politica, la magistratura abbia finito per esercitare una funzione non soltanto di supplenza, ma talvolta di vera e propria sostituzione del legislatore, ampliando la sfera dei diritti e colmando vuoti normativi che il Parlamento non era riuscito ad affrontare.
È uno dei punti più controversi del libro, ma anche uno di quelli in cui emerge con maggiore chiarezza il suo intento: mostrare come alcune interpretazioni della Costituzione siano il prodotto di rapporti di forza storici e politici, più che la naturale conseguenza del testo costituzionale.
Il pacifismo costituzionale: un mito?
Un’altra parte significativa del saggio riguarda la politica estera e la lettura dell’articolo 11. Antonio Polito ricostruisce il dibattito che accompagnò la sua stesura e si sofferma sulla scelta del verbo «ripudiare», spesso interpretato come fondamento di un pacifismo assoluto della Repubblica italiana.
La conclusione cui giunge è diversa. L’autore sostiene che la Costituzione non prescriva affatto una rinuncia integrale all’uso della forza, ma condanni la guerra come strumento di aggressione e di risoluzione delle controversie internazionali.
In questa prospettiva assume rilievo anche il collegamento con l’articolo 52, che definisce la difesa della Patria come dovere inderogabile del cittadino. Per Polito, la lettura pacifista assoluta della Carta rappresenta un’altra interpretazione politica divenuta nel tempo quasi dogmatica, non necessariamente coincidente con le intenzioni originarie dei Costituenti.
Le riforme fallite e il paradosso italiano
Uno degli aspetti più interessanti del saggio è la rilettura dei grandi tentativi di riforma costituzionale falliti negli ultimi decenni.
Polito attraversa la Commissione Bozzi, la Bicamerale di D’Alema, la riforma del centrodestra del 2006 e quella Renzi-Boschi del 2016 per arrivare a una conclusione precisa: in Italia nessuna grande riforma costituzionale riesce a sopravvivere senza un consenso largo e trasversale.
Ma c’è di più. L’autore individua un vero paradosso italiano: quasi tutti concordano sul fatto che il sistema istituzionale della Repubblica produca instabilità, governi fragili e conflitti continui; tuttavia, ogni tentativo di modificarlo viene respinto come una minaccia all’equilibrio democratico.
Una distinzione fondamentale attraversa implicitamente tutto il libro: quella tra la prima e la seconda parte della Costituzione. Se i principi fondamentali e il catalogo dei diritti godono di un consenso pressoché unanime, molto più controversa è la struttura dei poteri costruita nel 1948.
La debolezza della forma di governo
È probabilmente questo il terreno sul quale la critica di Polito diventa più incisiva.
Secondo l’autore, la seconda parte della Costituzione fu costruita attorno a una preoccupazione dominante: impedire che una maggioranza politica potesse concentrare troppo potere nelle proprie mani. Una scelta comprensibile nell’Italia uscita dal fascismo, ma che avrebbe prodotto un sistema caratterizzato da governi deboli e da una cronica instabilità.
Polito individua nel bicameralismo perfetto uno dei principali fattori di rallentamento del processo decisionale e sottolinea come il Presidente del Consiglio sia stato concepito più come coordinatore di coalizioni che come autentico capo dell’esecutivo.
L’assenza del potere di revoca dei ministri, la dipendenza continua dagli equilibri parlamentari e il ruolo attribuito al Presidente della Repubblica in alcuni momenti decisivi della vita politica sono, secondo l’autore, elementi che hanno contribuito a generare quella fragilità sistemica che ha accompagnato la storia repubblicana.
Da qui nasce la domanda implicita del libro: è ancora possibile difendere integralmente l’assetto istituzionale del 1948 senza interrogarsi sulle sue evidenti difficoltà di funzionamento?
Il paradosso della sinistra riformista
Uno dei meriti indiretti di La Costituzione non è di sinistra è mettere in evidenza una contraddizione spesso trascurata.
Le più ambiziose riforme costituzionali degli ultimi trent’anni non sono nate nel centrodestra, ma all’interno della cultura riformista del centrosinistra. Dalla Bicamerale di D’Alema fino alla riforma Renzi-Boschi, una parte significativa della sinistra italiana ha infatti sostenuto la necessità di modificare gli assetti istituzionali della Repubblica.
Ciò dimostra come il conflitto non opponga semplicemente riformatori e conservatori, ma attraversi la stessa sinistra italiana, divisa fra una tradizione innovatrice e una vocazione più marcatamente custode dell’assetto esistente.
Un pamphlet controcorrente
Il pregio principale del libro sta probabilmente nella sua capacità di rompere una narrazione consolidata. Polito ricorda opportunamente che la Costituzione italiana non è mai stata un testo ideologicamente omogeneo e che il mito della «Carta perfetta» è soprattutto una costruzione successiva dal carattere marcatamente politico.
La ricostruzione storica della fase costituente è efficace proprio perché restituisce il clima reale di quegli anni: trattative, compromessi, paure reciproche, esigenze di equilibrio. In questo senso, il libro ha il merito di desacralizzare la retorica costituzionale senza scivolare nell’antipolitica.
Allo stesso tempo, però, il saggio mostra anche il suo limite più evidente. Nel denunciare l’uso politico della Costituzione da parte della sinistra, Polito tende talvolta ad attribuire a quella cultura politica una responsabilità quasi esclusiva nel blocco delle riforme.
Una lettura che coglie certamente un elemento reale del dibattito pubblico italiano. In effetti, è difficile ignorare come gran parte dei tentativi di revisione costituzionale promossi da maggioranze diverse da quelle di centrosinistra si siano scontrati con un forte potere di veto esercitato, direttamente o indirettamente, dalle forze della sinistra e dall’area culturale che si è riconosciuta nella difesa dell’assetto costituzionale esistente.
Allo stesso tempo, le riforme che hanno effettivamente inciso sull’ordinamento — si pensi, ad esempio, alla revisione del Titolo V del 2001 — sono passate con il consenso o sotto l’impulso delle stesse forze politiche. Ciò non significa che tutte le proposte respinte fossero necessariamente valide o prive di difetti: molte presentavano criticità rilevanti sul piano tecnico e istituzionale.
Tuttavia, il libro coglie un dato difficilmente contestabile, e cioè che nel dibattito italiano la sinistra ha spesso rivendicato una sorta di prerogativa nel definire quali riforme fossero compatibili con lo spirito della Costituzione e quali no, contribuendo così a consolidare una dinamica nella quale il consenso alle modifiche costituzionali è apparso possibile soprattutto quando queste provenivano, o quantomeno erano accettate, da quell’area politica.
Una battaglia ancora apertissima
Alla fine La Costituzione non è di sinistra appare meno come un libro sul passato e molto più come un libro sul presente.
La questione teorica che attraversa tutte le sue pagine è infatti più profonda della polemica politica contingente. È il rapporto tra legittimità costituzionale e legittimità democratica. Fino a che punto una maggioranza eletta può modificare gli assetti istituzionali? E quando, invece, la difesa della Costituzione diventa un limite necessario all’esercizio del potere democratico?
È qui che si concentra il nucleo più interessante del libro. Perché la domanda posta dall’autore non riguarda soltanto la sinistra, il centrodestra o le riforme degli ultimi anni. Riguarda il significato stesso della democrazia costituzionale italiana.
Che si condividano o meno le sue conclusioni, Antonio Polito costringe il lettore a confrontarsi con una questione scomoda: la Costituzione è ancora una casa comune oppure è diventata il vessillo identitario di una parte contro l’altra?
Più che una storia della Costituzione, quella raccontata nel saggio è la storia di una contesa. Una contesa sul significato della Repubblica, sulla memoria del suo passato e sul diritto di interpretarne il futuro.
Adriano Minardi Ruspi

Antonio Polito
La Costituzione non è di sinistra
Silvio Berlusconi Editore, pp.216
Bell’articolo,bella disamina del libro, adesso non mi resta che leggerlo per poterlo confrontare con le tue tesi.Libro comunque interessante per l’ originale punto di vista che propone: effettivamente quando fu ideata,la Costituzione doveva bilanciare cinque o sei partiti nettamente diversi tra loro e credo che l’ operazione non fosse semplicissima, soprattutto se effettuata tra cattolici,socialisti e comunisti, sempre in lotta tra loro .
Lo leggerò presto.