Che cosa accade quando un autore diventa personaggio di sé stesso, e la distinzione tra verità e finzione si fa incerta? In Operazione Shylock, Philip Roth costruisce un’opera che sfugge alle definizioni tradizionali di romanzo, configurandosi piuttosto come un’indagine sull’identità individuale e collettiva.
Pubblicato negli anni Novanta ma ambientato in un contesto storico preciso, il libro, ora in libreria per Adelphi, mantiene una sorprendente attualità: mette in scena un io frammentato, attraversato da tensioni politiche, culturali e psicologiche che continuano a interrogare il presente.
Una «confessione» tra verità e finzione
«Questo libro è un’opera di fantasia. La conversazione con Aharon Appelfeld citata nel terzo e quarto capitolo è comparsa per la prima volta sul New York Times dell‘11 marzo 1988; le frasi dette in aula e citate nel capitolo nono sono tratte dai verbali dell’udienza mattutina del 27 gennaio 1988 del processo a John Demjanjuk svoltosi davanti alla Corte Distrettuale di Gerusalemme.
Per il resto, nomi, personaggi, luoghi ed episodi o sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio. Ogni somiglianza con fatti, ambienti o persone reali, vive o morte, è assolutamente casuale. Questa confessione è falsa».
Così Philip Roth chiosa Operazione Shylok, che più che «romanzo» è in realtà un’analisi dell’identità personale e collettiva, in un contesto ciclico e attuale, anche se si svolge circa 40 anni fa.
Ecco l’intervista all’autore al New York Times, che precede la sua pubblicazione: «Con un’intensità folle ed ininterrotta, metto in scena una farsa su questioni che tutto sono meno che farsesche e distorco e banalizzo cose che ossessionano tutti gli ebrei, a partire dalla loro natura di ebrei».
Il doppio e la crisi dell’identità
Ad accompagnare l’autore in questa catabasi alcuni personaggi tra cui un antagonista/doppio, che si permette di rivelare una profezia politica che nessuno avrebbe potuto proclamare. Di più, la promuove e la propaganda grazie alla incredibile, e sinistra, somiglianza con il grande scrittore e autore della «falsa» confessione.
Eccone la sintesi di suo pugno di cosa prospetta il diasporismo: «Propone pubblicamente che gli ebrei israeliani di origine askhenazita, che rappresentano la metà più influente della popolazione del paese e che hanno formato l’originario gruppo fondatore dello stato, tornino ai loro paesi di origine per riprendervi quella vita ebraico-europea che Hitler aveva quasi annientato tra il 1939 e il 1945».
Il «diasporismo» e la provocazione politica
Egli sostiene che questo programma politico post-sionista, che ha chiamato «diasporismo», è l’unico strumento per scongiurare un «secondo Olocausto», nel quale o i tre milioni di ebrei di Israele saranno massacrati dai loro nemici arabi o i nemici saranno decimati dalle armi nucleari israeliane, una vittoria che, come una sconfitta, distruggerebbe per sempre i fondamenti morali della vita ebraica.
Ebbene, strane coincidenze, il doppio morrebbe proprio nel vedere gli scud iracheni su Tel Aviv nel giugno 1991, sicuro della rappresaglia nucleare di Israele.
Il contraltare di questa personalità è un agente del Mossad che cerca di coinvolgere il vero Philip Roth nell’operazione (sotto copertura) Shylok, per quel dovere di solidarietà ebraica che fa sì che:
Un’identità frammentata
Gli ebrei della diaspora costituiscono un pool di cittadini stranieri pronti a servire lealmente Israele di cui nessun altro servizio segreto ha mai potuto disporre.
Il libro, dicevo, è un viaggio nell’identità ebraica, dal dovere religioso di non parlare male tra ebrei, il lashon lara, all’analisi dell’ebreo come diviso in sè stesso, anzi multiforme, e tanto più la comunità.
La parte forse più interessante è il confronto con l’alter ego dell’autore, in cui scorgo, forse ingenuamente, le premesse per la narrazione di fight club.
L’esaurimento nervoso, l’insonnia, c’è un momento in cui sembrerebbe rivelarsi che Moshe Pipik (come Tyler Durden) è l’autore.
Ma, come detto, la realtà nel libro rimane un enigma da indagare.
Armando Mantuano

Philip Roth
Operazione Shylok
Adelphi, pp.445