La cancel culture, il wokeismo, la teoria critica della razza, la contestazione dei classici occidentali e la pressione ideologica esercitata in ambito culturale e universitario rappresentano, secondo molti osservatori, alcuni dei fenomeni più controversi emersi negli ultimi anni nel mondo anglosassone.
Nato nelle università statunitensi, questo insieme di pratiche e visioni culturali si è progressivamente esteso ai paesi dell’anglosfera e ora minaccia anche all’Europa, alimentando un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra memoria storica, libertà d’espressione e identità occidentale.
Le radici filosofiche e le conseguenze concrete di questi fenomeni vengono analizzate nel saggio Cancel Culture, scritto da Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci per l’editore Signs Publishing.
Wokeismo
Il wokeismo, spiegano gli autori, è «una ideologia decostruzionista della sinistra arcobaleno, che unisce istanze estremiste prese dal femminismo, rivendicazioni omosessualiste/genderiste, immigrazionismo, ambientalismo e colpevolizzazione culturale dell’identità maschile bianca occidentale e, in ultima analisi, dell’intera storia dell’Occidente».
Il corpus filosofico della cancel culture viene individuato dagli autori nella convergenza di tre fenomeni distinti: la Scuola di Francoforte, rappresentata da figure come Herbert Marcuse, Max Horkheimer e Theodor W. Adorno; il post-strutturalismo francese di Michel Foucault e il decostruttivismo di Jacques Derrida; infine, la sintesi sviluppatasi nei campus universitari statunitensi negli anni Settanta attraverso la Teoria critica della razza.
Teoria critica della razza
Secondo questa impostazione teorica, ogni situazione di disparità o ingiustizia sociale tenderebbe a essere interpretata come espressione di dinamiche discriminatorie e rapporti di oppressione sistemica. Gli autori osservano come, nel contesto statunitense, questa lettura finisca spesso per ridurre la complessità sociale a una contrapposizione tra gruppi oppressi e un oppressore che viene identificato nel maschio bianco.
La Teoria critica della razza si intreccia inoltre con il concetto di «intersezionalità», nato nell’ambito del femminismo afroamericano alla fine degli anni Ottanta. Da questa prospettiva, le forme di discriminazione possono sommarsi e sovrapporsi in relazione a etnia, sesso, identità di genere, orientamento sessuale, classe sociale, religione o altre caratteristiche identitarie.
Intersezionalità
Secondo Mastrangelo e Petrucci, l’unione tra Teoria critica della razza e intersezionalità avrebbe favorito una lettura della società fondata prevalentemente sulle dinamiche identitarie e conflittuali, producendo nuove forme di polarizzazione culturale e sociale.
Da qui deriverebbero, secondo gli autori, molte delle campagne legate alla cancel culture: dalla contestazione di statue e simboli storici fino alla revisione di opere letterarie, programmi scolastici e linguaggi considerati non conformi ai nuovi parametri culturali.
Una cultura della cancellazione
La cancel culture viene quindi interpretata come una forma di conflitto culturale che mira a ridefinire memoria storica, valori condivisi e identità collettiva dell’Occidente. I sostenitori di queste pratiche le considerano invece strumenti necessari per contrastare discriminazioni storiche e forme persistenti di esclusione sociale.
È proprio sul terreno della memoria storica e dell’identità culturale che, secondo gli autori, si gioca oggi una delle principali sfide dell’Occidente. A questo proposito torna attuale una riflessione di Milan Kundera del 1979: «Per liquidare i popoli si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra Storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta».
Vincenzo Fratta

Emanuele Mastrangelo Enrico Petrucci
Cancel Culture
Signs Publishing, pp.389